I rapporti tra politica e pensiero, alla ricerca dei veri "confini" della città
Ho partecipato poco niente al dibattito, non mi sono ancora fatto il mazzo aggregando, e ci sarebbero gli estremi per il divorzio, tanto ho trascurato il mio blog. Tuttavia, come un Marco Civoli qualunque, proprio non ce la faccio a dire la mia!
TocqueVille nasce con lo scopo di creare qualcosa di nuovo, partendo da posizioni ben più progredite, per idee e per mezzi, di quelle della elefantiaca, gerontocratica e antiquata situazione politica italiana.
Quando abbiamo aderito a questo progetto le idee che avevamo (abbiamo) in comune erano sottorappresentate, se non a rischio di estinzione: attaccate dall’egemonia culturale post(<-??) comunista e non adeguatamente concretizzate, quando non frustrate, dalla coalizione che a questa egemonia, con alterne fortune, si contrappone: la Cdl.
Do per scontato, ovviamente, che queste idee in comune siano meglio rappresentate dal centrodestra: tuttavia, non sono né rappresentate adeguatamente, né tantomeno coincidenti. La politica, d’altronde, risponde ad esigenze diverse rispetto alla creazione di pensiero: tutt’al più è mediazione, ma non fusionismo né creazione.
La dimostrazione di questo sta racchiusa nel dilemma dei confini della “città”: va bene riferirsi alla destra, ma quale destra? chi è liberale oggi in Italia? Nella Cdl ci stanno sia Antonio Martino che Gianni Alemanno. Blair, laburista, si è dimostrato molto più liberale di Berlusconi. E’ chiaro, a questo punto, che la questione dell’identità non può e non deve esaurirsi all’interno degli schieramenti politici italiani.
Tv nasce in Italia, è destinata a produrre gran parte dei suoi effetti (chissà!) all’interno della penisola, ma le sue radici pescano in gran parte oltremanica e oltreoceano, nelle patrie della libertà, dell’individualismo, del liberalismo. Oltretutto, non abitiamo tutti in Italia, non siamo tutti italiani, né scriviamo tutti in italiano: esclusi i post sul calcio, le nostre idee non si identificano con gli stati: perché pertanto dovrebbero identificarsi con la loro classe politica?
Il problema identitario nasce tuttavia solo qualora si decida che una di queste identità debba essere preponderante rispetto alle altre: dal dialogo si passa alla discriminazione, e a quel punto è chiaro che chi rimane sotto o sta zitto o è costretto ad andarsene per incompatibilità sopravvenuta.
Faccio un esempio: personalmente, pur trovandomi spesso in disaccordo sulle sue applicazioni “pratiche”, nutro sia rispetto che ammirazione per la cultura/morale cattolica; quando però viene usata da qualcuno come pretesto per discriminare chi la pensa diversamente, allora non mi va più bene. Stesso discorso si può fare per il laicismo: quando diventa anticlericalismo, non è più accettabile.
In sintesi di questa riflessione, la famosa "grande destra", se si va a vedere bene, in Italia è piuttosto striminzita. E chi, fatto salvo il diritto di critica, scade nell'offesa verso chi non la pensa come lui, tutt'al più merita una testata.
TocqueVille nasce con lo scopo di creare qualcosa di nuovo, partendo da posizioni ben più progredite, per idee e per mezzi, di quelle della elefantiaca, gerontocratica e antiquata situazione politica italiana.
Quando abbiamo aderito a questo progetto le idee che avevamo (abbiamo) in comune erano sottorappresentate, se non a rischio di estinzione: attaccate dall’egemonia culturale post(<-??) comunista e non adeguatamente concretizzate, quando non frustrate, dalla coalizione che a questa egemonia, con alterne fortune, si contrappone: la Cdl.
Do per scontato, ovviamente, che queste idee in comune siano meglio rappresentate dal centrodestra: tuttavia, non sono né rappresentate adeguatamente, né tantomeno coincidenti. La politica, d’altronde, risponde ad esigenze diverse rispetto alla creazione di pensiero: tutt’al più è mediazione, ma non fusionismo né creazione.
La dimostrazione di questo sta racchiusa nel dilemma dei confini della “città”: va bene riferirsi alla destra, ma quale destra? chi è liberale oggi in Italia? Nella Cdl ci stanno sia Antonio Martino che Gianni Alemanno. Blair, laburista, si è dimostrato molto più liberale di Berlusconi. E’ chiaro, a questo punto, che la questione dell’identità non può e non deve esaurirsi all’interno degli schieramenti politici italiani.
Tv nasce in Italia, è destinata a produrre gran parte dei suoi effetti (chissà!) all’interno della penisola, ma le sue radici pescano in gran parte oltremanica e oltreoceano, nelle patrie della libertà, dell’individualismo, del liberalismo. Oltretutto, non abitiamo tutti in Italia, non siamo tutti italiani, né scriviamo tutti in italiano: esclusi i post sul calcio, le nostre idee non si identificano con gli stati: perché pertanto dovrebbero identificarsi con la loro classe politica?
Il problema identitario nasce tuttavia solo qualora si decida che una di queste identità debba essere preponderante rispetto alle altre: dal dialogo si passa alla discriminazione, e a quel punto è chiaro che chi rimane sotto o sta zitto o è costretto ad andarsene per incompatibilità sopravvenuta.
Faccio un esempio: personalmente, pur trovandomi spesso in disaccordo sulle sue applicazioni “pratiche”, nutro sia rispetto che ammirazione per la cultura/morale cattolica; quando però viene usata da qualcuno come pretesto per discriminare chi la pensa diversamente, allora non mi va più bene. Stesso discorso si può fare per il laicismo: quando diventa anticlericalismo, non è più accettabile.
In sintesi di questa riflessione, la famosa "grande destra", se si va a vedere bene, in Italia è piuttosto striminzita. E chi, fatto salvo il diritto di critica, scade nell'offesa verso chi non la pensa come lui, tutt'al più merita una testata.








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