...E ANDIAMO AVANTI!...E ANDIAMO AVANTI!Fratelli d'Italia

Monday, October 24, 2005

Fermate la Moratti!! (per ringraziarla)/2

ATTENZIONE: post lungo per gli standard di questo blog. Perciò stringete i denti e leggete. Domani è il giorno della votazione alla camera della legge sul riordino dello status giuridico dei docenti. Domani i burini di mezza Italia spostano le occupazioni dalle università ai treni diretti a Roma (perchè, come si sa perchè l'ha detto Cossutta, i comunisti sono per la legalità).

Per fortuna non tutti per esprimere le loro idee sentono l’obbligo di occupare e imbrattare le aule e gli androni degli immobili statali. Non tutti smaniano per mettersi la kefiah da festa e la maglietta buona del Che e scendere in piazza, armati di Manifesto, spinello e striscioni. La maggior parte degli studenti non si riconoscono in questi sedicenti collettivi, comitati e assemblee degli studenti.

Non c’è stato nessun golpe in parlamento: non è vero che il governo ha tirato dritto e che le proteste non sono state ascoltate: ma in quanto minoritarie, hanno avuto un peso minoritario. I principali sindacati dei professori (USPUR e CIPUR), infatti, pur esprimendo riserve su alcuni punti, sono sostanzialmente a favore della riforma. Da chi è composta allora la minoranza non silenziosa che si straccia le vesti e incoraggia i giovani a occupare e girotondare?

In prima fila ci sono naturalmente i Magnifici Rettori, e molti professoroni a cui ormai neanche una bomba toglierebbe il posto fisso. I primi protestano per mantenere gli altrettanto Magnifici stipendi, nonché la facoltà di fare quello che gli pare a trecentosessanta gradi, all’interno del loro piccolo regno. I secondi non vogliono rinunciare (li posso capire) ad assenteismo immotivato, assenza di orario di lavoro, compatibilità con l’appartenenza a qualsivoglia associazione politica o cda, oltre alla possibilità di svolgere consulenze d’oro e qualunque altro lavoro, il tutto, ricordiamolo bene, SENZA MAI RENDERE CONTO A NESSUNO del loro operato. Nessuno va mai neanche a vedere se sono in aula o no.

I ricercatori protestano perché le loro capacità verranno stabilite da un concorso nazionale, e non dai ridicoli concorsi interni ai singoli atenei. Con la riforma dovrebbero impegnarsi sul serio, in assenza (siamo onesti: con il minore peso) di clientele e raccomandazioni. I ricercatori in futuro vinceranno il loro posto, firmeranno un contratto, verranno valutati esternamente agli atenei, e saranno da questi contesi a seconda della loro (certificata) competenza. Ci sarà ricambio, quindi ricchezza condivisa.Non sarà più tutto a discrezione degli organi interni di ogni università e di come si sono svegliati quella mattina.

E’ il metodo applicato in quasi tutti i paesi del mondo, e pare funzionare: i professori si riappropriano della loro rispettabilità e con essi le università, che grazie anche agli investimenti privati tornano a fare ricerca d’avanguardia. Chi demonizza la ricerca che riceve finanziamenti privati in quanto viziata degli interessi di questi ultimi, non merita neanche una risposta.

Oggi professori e ricercatori vedono pagato il loro stipendio dai cittadini. Se un cittadino perde il lavoro, però, se ne deve cercare un altro o è nei guai. Professori e ricercatori non sono diversi dagli altri: se si permette loro di fare (o non fare) quello che vogliono come e quando vogliono, state pur certi che lo faranno.

Ancora: le imprese italiane sono esposte alla concorrenza ferocissima delle imprese di tutto il mondo, giusto? Il mondo accademico, che dovrebbe fornire loro i cervelli per difendersi, rumina nella bambagia dell’intoccabilità. Un po’ di concorrenza lo rivitalizzerebbe: bisognerebbe tagliare le spese inutili, razionalizzare le risorse, cercare di aumentare la redditività e l’appetibilità. Bisognerebbe attirare gli studenti con la garanzia di una preparazione migliore e più vicina alle richieste delle imprese, non con una miriade di corsi di studio triennali dai nomi più improbabili, come provocato dalla riforma del 3+2.

La quale riforma del 3+2, cioè la scomposizione dei vecchi corsi di studio quinquennali in una laurea breve di tre anni più una specialistica di due, è uno dei punti più osteggiati dagli studenti-compagni. Cosa c’entra con il Ddl Moratti? Niente di niente. Il 3+2 è stato un tentativo maldestro della sinistra (ripeto: della sinistra; ripeto ancora per sicurezza: della sinistra) di arginare la piaga degli abbandoni. Un obiettivo peraltro in parte raggiunto, a costo però della qualità globale dell’insegnamento.

La riforma, forse, non sarà sufficiente a risollevare drasticamente le sorti dell'Università italiana. Troppi hanno remato contro, tra cui molti degli stessi che dovranno poi impegnarsi per far funzionare il sistema. Ma andando contro i privilegi corporativi del baronato e aprendo le porte alla concorrenza e all'autofinanziamento, male non si farà di certo. Lo scontro di piazza di domani si accenderà non su temi politici su cui è possibile discutere, ma all'insegna del terrore cieco che sembra attanagliare molti giovani quando sentono le parole "tempo determinato", "mercato", "concorrenza", "merito", "valutazione periodica". Parlassimo di viaggi spaziali precari, manifesterebbero comunque. Certe trite idee da indigestione di statalismo, ossessivamente propinate da certi politici, semplicemente è difficile estirparle.

Infine permettemi di fare una riflessione, a titolo puramente personale, da studente: il sistema scolastico italiano fa pietà. Molti professori fanno pietà. La loro pigrizia, impreparazione e perenne invidia fanno pietà. Le scuole dell’obbligo accorpano ragazzi dotati di livelli di capacità troppo diversi: i bravi si annoiano, i meno bravi non riescono a stare al passo. E cosa si fa? Si mandano avanti tutti. All’università non è poi molto diverso: Molti corsi fanno ridere, anzi piangere. E anche lì la scrematura non è sufficiente. Da quando scuola e università sono diventate istituzioni di massa, c’è ancora confusione su che cosa sia il diritto allo studio. Questo diritto consiste nel mettere tutti nelle condizioni di studiare, non di venire promossi sempre e comunque anche se non si fa niente.

Io sarei meno inflessibile con il numero chiuso, ma vincolerei l’ammissione al superamento di un esame iniziale cattivissimo. Per tutte le facoltà, per tutti gli studenti. Negli Stati Uniti i test di ammissione, e talvolta l’intero curriculum scolastico, ha un peso notevole anche su quanto si dovrà pagare. I giovani sono sotto pressione da quando hanno dodici anni in vista dell’esame di ammissione all’università. In Italia frequentare o meno fa lo stesso, metterci cinque o dieci anni è uguale, e trovare un lavoro alla fine della gita fa rimpiangere di non averlo cercato dopo il diploma.