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Sunday, February 20, 2005

Magdi Allam

Mentre in Italia si continua a filosofeggiare e a impantanarsi nella disputa faziosa, ideologica e propagandistica «guerra giusta o ingiusta», «terrorismo o resistenza», «ritiro sì o no», Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania sono già strategicamente proiettati nel dopo-Iraq.
Ebbene l'Italia rischia di non raccogliere i frutti che le spetterebbero per la sua cospicua e onerosa partecipazione all'operazione di peace enforcing in Iraq. Per contro quei Paesi europei che più accanitamente si erano opposti alla guerra e avevano boicottato l'impresa irachena, potrebbero con un colpo di spugna seppellire il passato e sedere al tavolo dei vincitori di un nuovo assetto mondiale ridefinito dopo la sconfitta del terrorismo e delle dittature in Medio Oriente e nel Golfo. In Italia non ci si è resi pienamente conto che c'è stato un terrificante 11 settembre in Libano che sta per fare esplodere l'intera regione. Che l'assassinio dell'ex premier libanese Rafik Hariri segna l'inizio della fine del regime siriano, il più subdolo burattinaio del terrorismo regionale. Che si preannuncia un terremoto politico che finirà per travolgere anche il regime degli ayatollah iraniani. Che è nato un asse tra Washington e Parigi determinato a cacciare le forze siriane dal Libano, a porre fine allo «Stato nello Stato» dell'Hezbollah e a impedire all'Iran di possedere l'arma atomica. Che tutto ciò sta avvenendo con l'avallo e il pieno coinvolgimento delle Nazioni Unite.
Così come non ci si è resi pienamente conto del fatto che, al di là del generale apprezzamento per la massiccia partecipazione popolare alle elezioni del 30 gennaio in Iraq, quel voto segna la disfatta della strategia del terrorismo mirante a trasformare il Paese nel fronte di prima linea della Guerra santa contro l'Occidente e il mondo islamico. Che di fatto per Al Qaeda il dopo-Iraq è già iniziato con la dispersione dei suoi terroristi nei Paesi del Golfo e in Europa, in vista di una nuova stagione di attacchi a più ampio raggio. Che l'Arabia Saudita, consapevole della propria vulnerabilità, si è candidata a centro e promotore della lotta internazionale al terrorismo, in cambio della sua riabilitazione politica e della riesumazione dei rapporti privilegiati con l'America.
I prodromi del più radicale cataclisma politico mediorientale si colgono in una serie di eventi:
- L'opposizione libanese contraria alla presenza militare siriana ha chiesto una tutela internazionale sia per proteggerla sia per garantire la piena sovranità del Paese. Di fatto il Libano oggi rassomiglia al Kuwait all'indomani dell'occupazione irachena nel 1990. E come allora si sta registrando un'intesa tra America, Europa e una maggioranza di Stati arabi favorevoli a un'iniziativa, sotto l'ombrello dell'Onu, per porre fine al lungo dominio della Siria.
- La richiesta di Damasco a Teheran per dare vita a un «Fronte comune» contro «le minacce internazionali» a Libano, Hezbollah e Siria. Ciò potrebbe tradursi nella destabilizzazione dell'Iraq e nell'esportazione del terrorismo nel Golfo e Medio Oriente.
- L'allarme lanciato simultaneamente dall'Onu e dalla Cia di una nuova offensiva generalizzata del terrorismo di Al Qaeda in Medio Oriente, Europa e Stati Uniti.
- Lo stato di agitazione tra i Paesi limitrofi e più in generale nel mondo arabo per la nascita di uno Stato democratico e federale in Iraq. Tutti sono consapevoli dell'inevitabile contagio che metterà in crisi i regimi autocratici e teocratici.
- La determinazione di Bush di pervenire a un assetto definitivo del Medio Oriente, operando d'intesa con l'Europa e con l'avallo dell'Onu.
In questo senso è significativo il recente documento «Accordo tra gli Stati Uniti e l'Europa» elaborato da una cinquantina di esperti delle due sponde dell'Atlantico in seno alla Brookings Institutions.
Ha scritto ieri Ma'mun Fendi su Asharq al Awsat: «Con l'assassinio di Hariri il destino del Libano è diventato un affare internazionale. A fare giustizia non saranno gli arabi ma il mondo e il prezzo sarà alto». Parole che preannunciano una tempesta prossima. Gli arabi ne sono consapevoli. Gli americani, gli inglesi, i francesi e i tedeschi pure. Lo sono perfino i terroristi di Bin Laden. Ma non sembrano esserlo gli italiani, che appaiono interessati non a confrontarsi con la realtà internazionale per quella che è, ma a manipolarla per fini interni.

Corriere della Sera