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Wednesday, February 09, 2005

Comunisti

cioè di come ho scoperto Il Foglio

Ho vissuto la mia infanzia stretto tra i neofascisti e gli attivisti comunisti dall'altra. Erano gruppi spaesati, del tutto incoscienti della loro storia e accomunati più dalla noia che dall’ideologia. Era una Padova distante anni luce da quella delle occupazioni, degli scontri, del terrorismo. Era finita Tangentopoli e Silvio Berlusconi era da poco sceso in campo per difendere il suo business dai comunisti. I miei amici, in gran parte figli di borghesi agiati, stavano più a destra che a sinistra. Si era ancora piccoli, e queste cose non contavano più di tanto. Io detestavo il loro amore per Berlusconi quanto la loro avversione per ciò che gli stava a sinistra: ma solo perché erano posizioni per partito preso, ereditate già belle confezionate dai genitori. Mi divertivo a stuzzicarli su Marx e la socialdemocrazia. Non ne sapevo un accidente, ma neanche loro, quindi in genere nelle discussioni avevo la meglio. Quanto a me, in casa si leggeva Repubblica, quindi non ero messo né troppo male né troppo bene.

A scuola ci insegnavano la malvagità del Fascismo e del Nazismo, mentre il Comunismo veniva considerato un audace esperimento politico (e dire che il Muro era già caduto). Giorni e giorni a studiare i partigiani e la Liberazione, mentre l'indipendenza americana, la Cina e l'URSS venivano saltati "per mancanza di tempo". Le attività extradidattiche che ci venivano propinate dalle scuole elementari alle medie erano all'insegna del terzomondismo più becero e new age: lavoretti con la creta anti-America, collage con le foglie anti-Impero, quadretti anti-Usa, compiti per casa sbeffeggia-States. In questa dicotomia di amore e odio per gli Stati Uniti mi sono formato scolasticamente: come tutti i ragazzi della mia età adoravo i film d'azione americani, i jeans, il mito. Leggevo Tex Willer e sognavo la frontiera. A scuola le insegnanti schierate ci spiegavano che nutrivamo questo amore per i prodotti a stelle e strisce perché era il modello impostoci dalla società, attraverso la propaganda colonizzatrice dell'America.

America. Ci hanno sempre detto che era un continente senza storia, abitato da grassoni armati e ignotanti. L'Italia era senza dubbio “il miglior posto del mondo”. I tedeschi erano chiamati "mangiapatate", gli inglesi erano "colonialisti", i Francesi "fascisti". L'ex blocco sovietico ci veniva presentato come un luogo molto migliore dell'America, con una cultura che l'Italia non ha mai potuto conoscere, a causa della censura che l’America aveva imposto all'indomani di una Liberazione "che potevamo benissimo portare a termine da soli". La guerra fredda era una porcata degli Usa, che non potevano tollerare che qualcuno potesse pensarla diversamente da loro, Una porcata come il Vietnam, come la Corea, come il sostegno a Israele, come tutto. L’URSS era crollata in seguito alla guerra fredda, una guerra che “non aveva mai voluto”, che anzi “aveva cercato di evitare fino all’ultimo”. L’unico accenno all’Afghanistan in tredici anni di scuola pubblica ci fu in terza superiore: “La CIA ha fatto credere all’URSS che un’invasione americana fosse evidente. E’ stato lo stesso popolo Afghano a chiamare l’Armata Rossa”.

Ci sono voluti anni per capire la radicalità e la profondità della malafede di questi insegnati. Molti sono stati meno fortunati di me e non l'hanno mai capita. Il sospetto nei confronti dell'America é rimasto radicato in me per molto tempo: le teorie del complotto sono difficili da estirpare una volta che entrano in testa. Mi ci è voluto del tempo per capire che le migliori critiche all'America erano frutto dell'autocritica dell'America stessa. L'11 settembre 2001, come per molti della mia generazione, ha rappresentato la perdita della verginità politica: ho iniziato a informarmi, volevo sapere tutto. L'informazione è diventata presto una droga, amplificata grazie ad Internet. Inizialmente sono finito sui siti delle miriadi di movimenti no global nati dopo Seattle e Nine-eleven per spiegare che "nessun israeliano è morto nell'attentato", che Bush "sapeva", che "Bin Laden è in America sotto protezione del governo americano", che "nessun aereo ha mai colpito il pentagono". Ora li riconosco per quello che erano (e sono): spazzatura. Allora sembravano saperne davvero più degli altri. Ad ogni modo, è stato un innamoramento molto breve. Ben presto ho capito quanto poco bastava a questi “pacifinti” per tramutare i loro desideri in notizie, analisi, saggi. Ho capito fin troppo bene quale fosse l’altro mondo possibile che avevano in mente, e quali abissali differenze esistessero tra questo e il brave new world nel quale credevo io.

Ho scoperto il Foglio di Giuliano Ferrara grazie al consiglio di un mio amico (“Non leggerlo, è di destra. Lecca il culo a Berlusconi”): per la prima volta si parlava dell’America e di Berlusconi dimostrando di avere cognizione di causa, non desideri di sventura repressi fino a farli entrare in articoli di giornale. Con tutti i suoi difetti, il Foglio è stato il mio Giovanni Battista politico, e leggendo le sue (poche) pagine ho provato piacere e indignazione profondi. Molte volte ero d’accordo con quanto leggevo, altre (meno) mi veniva la tentazione di strapparlo in mille pezzi, fare una foto dei pezzi e spedirla al Direttore con allegati quanti più insulti possibile.

Questo è il motivo per cui ho maturato le mie idee, e il perché adoro il giornalaccio che l’Elefantino continua a sfornare con partigiana determinazione. Il motivo per cui un bel giorno ho scoperto la politica, i neocon, Christian Rocca e Guia Soncini, Mercenaro, Ottolenghi, il Feltrino e Panella. Il motivo per cui ho tagliato i ponti con quella parte di me che era invidiosa dell’America e per questo la odiava. Poi è venuto il resto, in pochi mesi: l’avversione al pacifintismo, l’amore per la libertà. Il regime change e la lega delle democrazie.

Grazie Foglio. Certe volte sai essere un gran bastardo, ma se è vero che un paese ha i giornali che si merita, non sono sempre sicuro che ti meritiamo.